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Bolero effect


Recensione dello spettacolo su TeatroeCritica

Short Theatre 11 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | TEATRO 2
Bolero Effect sarà presentato in double bill con e-ink di mk
danza
Bolero effect
concept e coreografia Cristina Rizzo
performance Annamaria Ajmone, Cristina Rizzo, Simone Bertuzzi
elaborazione sonora e djing Simone Bertuzzi aka PALM WINE
disegno luci e direzione tecnica Giulia Pastore
cura e distribuzione Chiara Trezzani
produzione 2014 CAB008 con il sostegno di Regione Toscana e MiBACT
coproduzione La Biennale Danza, Venezia
www.cristinarizzo.it
“Quello che ho scritto è un pezzo che consiste interamente di ‘tessuti orchestrali senza musica’ con un lunghissimo e graduale crescendo. Non ci sono contrasti e praticamente non c’è invenzione a parte per il modo in cui può essere eseguito. I temi sono nel complesso impersonali…tonalità-folk nel tipico modo Ispanico-Arabo, e (malgrado si possa dire il contrario) la scrittura orchestrale è semplice e lineare per tutta la durata del pezzo, senza il ben che minimo tentativo di virtuosismo…ho fatto esattamente ciò che volevo, ed è solo all’ascoltatore la decisione di prendere o lasciare.” (M.Ravel)
Il Bolero di Ravel è la danza sul filo del rasoio, sul bordo estremo della radura illuminata dai fuochi dell’accampamento, cui i danzatori si avvicinano per rubare qualche centimetro al bosco e al mistero. (J. Ortega y Gasset)
BoleroEffect è un tracciato, un percorso che si sviluppa come un oggetto coreografico attorno all’assunto esplicito che il Bolero di Ravel è la partitura orchestrale più popolare esistente al mondo, una musica che tutti conoscono e riconoscono. Dato questo punto di partenza sarà possibile verificare una condizione del corpo in ‘apertura massima’, forzare la traiettoria sinuosamente accattivante di una massa eccitata. Ma che cosa è effettivamente un Bolero? È come un’isola deserta. Un luogo dove ri-cominciare, lontano dai continenti, un tracciato sonoro dentro cui trovare delle brecce, dove praticare delle turbolenze corporee e un’erotica del corpo tesa a rompere il quadro della compostezza spingendosi verso altre dimensioni, un luogo dalle molte risonanze esistenziali. Scritto nel 1928, quando Ravel aveva 53 anni e soffriva dei primi sintomi del FTD (frontotemporal dementia), in un certo qual modo, il Bolero è un ‘esercizio da comportamento compulsivo’. L’intero pezzo è costruito su una singola melodia, divisa in due frasi, che si ripete nove volte. Il Bolero raveliano ci trascina, senza particolari allusioni, senza nostalgia, in uno stato di esaltazione inibita, in un felice coinvolgimento collettivo. Sul piano musicale il progetto si articola intorno alla ricerca di sonorità border-crossing di ritmiche da ballo pensate come una corsa archeologica a partire dal Bolero di Ravel. L’ambiente sonoro, in cui si inscrive la partitura coreografica, è costruito su flussi decrescenti e dilatazioni come in una sorta di dance hall post- globale. Il tentativo è quello di attivare un luogo di co-abitazione, un luogo utopico della scena dove figura e sfondo perdono i propri limiti. Spostare il paradigma dal dominio alla disposizione. Un corpo che si prepara ad una trasformazione deve attivare un lume interno, qualcosa di simile ad un fuoco luminoso. Procedere per rapide dissolvenze, fosforescenze e pulviscoli. Ma è mai possibile la definitiva rinuncia a tutte le proprie abitudini mentali? NOTE MUSICALI di Simone Bertuzzi
ottobre 05, 2015
 

e-ink

Short Theatre 11 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | FOYER 1
danza
e-ink
con Biagio Caravano, Michele Di Stefano
coreografia Michele Di Stefano
musica Paolo Sinigaglia
disegno luci Vincenzo Dente
produzione mk 1999
in collaborazione con Festival Teatri 90/Ref
www.mkonline.it
E-ink nasce dalla curiosità per le pratiche antiche dei messaggi oracolari e divinatori che, pur essendo formalmente precisi, sono il prodotto di uno sconvolgimento psichico. Esatta ed ambigua ad un tempo, la loro scrittura é organizzata sull’addomesticamento ritmico di ciò che per sua natura desidera essere continuamente reinventato e frainteso.
Il duetto è il lavoro di esordio della compagnia ed ha avuto al suo apparire una grande fortuna di pubblico e critica. . La sua riproposizione è stata sollecitata dal recente riallestimento per Aterballetto nell’ambito del progetto RIC.CI – Reconstruction Italian Contemporary Choreography, ideato e diretto da Marinella Guatterini. Mk è una delle compagnie di punta della ricerca coreografica italiana. Nel 2014 Michele Di Stefano ha ricevuto il Leone d’argento per l’innovazione alla Biennale di Venezia.
ottobre 05, 2015
 

Cannibali

Short Theatre 6 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | TEATRO 1
teatro
CANNIBALI
di Fiammetta Carena
in scena Tommaso Bianco, Alex Nesti, Maurizio Sguotti
regia Maurizio Sguotti
elementi scenici e costumi Francesca Marsella
disegno luci Amerigo Anfossi
video animazione Fabio Ramiro Rossin
musiche MaNu!
si ringrazia Francesco Gigliotti per la concessione del video “La Sila”
www.kronoteatro.it
Moriamo ogni giorno, ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. ( Lucius Annaeus Seneca) Lo spettacolo tratta l’esercizio del potere.
Come tutti gli accadimenti della vita, anche questo è illusorio, ci induce a crederci vivi, perché assorbe il nostro tempo, le nostre energie e i nostri pensieri.
Quello che in sintesi estrema chiameremmo vita.
L’uomo crede di essere vivo e si sente tale solo nel confronto con le cose di tutti i giorni e le convenzioni sociali nelle quali siamo immersi, ci mettono in costante relazione con l’altro in uno stato o di subalternità o di preminenza.
Tra le attività che maggiormente alimentano in noi un’illusione di esistenza c’è di certo l’esercizio del potere; questo è forse l’accadimento che più ci spinge nell’illusione, poiché prevede il dominio dell’uomo sull’uomo.
In scena vediamo due differenti abitudini di praticare il potere.
Per l’uomo adulto questo è tangibile perché politico, sociale ed economico.
Lo sforzo è quindi il tentativo di accrescere il proprio dominio o perlomeno mantenere uno status quo.
Il giovane possiede un potenziale: la sua giovinezza è il suo potere.
Per lui il futuro è tutto in divenire, tutte le possibilità gli sono concesse e la sua vita è nelle sue mani.
Ciascun individuo lotta per accrescere l’unico dato sensibile che gli conferma d’essere in vita: il potere sull’altro.
Ne nasce uno scontro volto all’accumulo di comando.
Ed è la vita a diventare terreno di conquista, far west dove espandere i confini del proprio dominio.
Le due forme differenti di potere si rispecchiano anche nei corpi.
L’anziano, carico di potere, porta appresso un corpo su cui chiari sono i segni del decorso degli anni e che egli tenta in tutti i modi di mantenere giovane, performante.
Il giovane, pieno di potenziale esprimibile, fa del corpo il tempio del proprio potere, rendendolo competitivo ed omologato agli ideali di forza, potenza e bellezza.
Sono proprio questi ideali che dall’esterno danno il modello ai due. Su entrambi, con risultati e modalità differenti, influiscono messaggi di potenza, bellezza, prestanza e longevità cui il nostro quotidiano ci ha abituati.
Il messaggio è semplice e percorre aspetti solo apparentemente distanti.
Non si deve morire.
Non morire è non mostrare i segni del tempo sul corpo.
Non morire è non accettare l’inevitabile decorso biologico.
Non morire ci è impossibile.
Soprattutto se si pensa che si inizia a farlo in giorno in cui si viene concepiti.
La resa è ancora una volta l’unica possibilità.
ottobre 05, 2015
 

~55

Short Theatre 8 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | TEATRO 2
danza
Nell’ambito del progetto IYMA – International Young Makers in Action | PRIMA NAZIONALE
~55
concept e performance Radouan Mriziga
assistente Alina Bilokon
produzione Moussem Nomadic Arts Centre
coproduzione C-mine cultuurcentrum (Genk), WP Zimmer (Anversa)
con il supporto di Cultuurcentrum Berchem, Pianofabriek Kunstenwerkplaats (Bruxelles), O Espaço do Tempo (Portogallo), STUK (Leuven)
www.iyma.eu/artists/radouan-mriziga-ma-be
Le informazioni che un esecutore può scambiare con uno spettatore sono tante e di varia natura, e tutte compongono un linguaggio, aiutando o confondendo la comprensione di una situazione. Nella prima creazione di Mriziga, ~ 55, la danza diventa un linguaggio ibrido e personale, fatto di sensualità e di sentimento. Sono 55 i minuti di questo spettacolo “architettonico”, durante i quali la narrazione può infiltrarsi tra le forme e i volumi che si aprono, nell’articolarsi dinamico del dialogo tra corpo e spazio. Affascinato dal gesto artigianale in cui il movimento serve per la produzione, Mriziga usa il suo corpo come uno strumento per produrre movimento.
ottobre 05, 2015
 

Pisci ’e paranza

Short Theatre 4 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | TEATRO 2
teatro
SPETTACOLO SEGNALATO PREMIO SCENARIO 2015
Pisci ’e paranza
progetto e regia Mario De Masi
con Andrea Avagliano, Serena Lauro, Fiorenzo Madonna, Rossella Miscino, Luca Sangiovanni
organizzazione e tecnica Gaetano Battista
Una stazione. Luogo di interconnessione fra i luoghi, motore di un movimento incessante di persone e cose. Ciò che i più semplicemente attraversano, da alcuni è abitato. Quello che per molti è un corridoio, per altri è casa. Pochi metri quadrati compendiano l’intero universo delle relazioni umane che abitano fuori, allo stesso modo in cui un acquario, piccolo o grande che sia, riproduce esattamente le dinamiche animali del mare aperto. Come in un acquario, si muovono i pesci di paranza di questa stazione immaginaria. Piccole figure senza qualità se non quella di essere umane. Umanamente vivono l’emarginazione, umanamente ne generano altrettanta. Tanto essi subiscono lo sguardo schifato del mondo di fuori, tanto lo rigurgitano nel microcosmo che compongono. Rifiuti della società che rifiutano a loro volta, in un circolo vizioso di negazione dell’altro da sé. In questo mondo di ultimi trova spazio la bellezza, l’ancoraggio disperato alla vita, la struggente consapevolezza della sua caducità. Acquario dalle pareti a specchio, questa società ai minimi termini non ha né capo né coda. Si nutre delle briciole che il mondo esterno le offre. Vive nei limiti che questo le impone. Il marciapiede è dunque il meraviglioso, terribile limite che è insieme tensione al superamento e divieto di transito, horror vacui e curiosità adrenalinica, insofferenza al presente e paura del futuro. Al marciapiede, significante universale dei limiti soggettivi, si contrappone la platea, luogo del giudizio comune che pretende di farsi oggettività.
ottobre 05, 2015
 

FaustIn and out

Short Theatre 7 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | TEATRO 1
teatro
nell’ambito del Focus Jelinek
FaustIn and out
sotto sopra dentro fuori il Faust di Goethe
di Elfriede Jelinek
regia Fabrizio Arcuri
traduzione di Elisa Balboni e Marcello Soffritti
sopra/sotto Angela Malfitano, Francesca Mazza, Sandra Soncini e Marta Dalla Via
dentro/fuori Matteo Angius e Fabrizio Arcuri
scenotecnica Marco Manfredi
un ringraziamento a Alessandro Saviozzi
produzione Tra un atto e l’altro, Accademia degli Artefatti e Festival Focus Jelinek
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
e con il sostegno della Regione Emilia Romagna
Prima parte
La Presentazione durata 65 min
Seconda parte
La Rappresentazione durata 85 min
Terza parte
La Cronaca durata 35 min
www.artefatti.org
Una riscrittura al femminile del Faust di Goethe che percorre e intreccia tre livelli di significato: filosofico, politico e della cronaca, secondo una tecnica consueta per Elfriede Jelinek, scrittrice austriaca Premio Nobel per la letteratura nel 2004.
L’autrice riprende la vicenda, accaduta in Austria, del padre che ha tenuto segregata per anni la figlia nella cantina di casa costringendola a un rapporto incestuoso, ponendola però in una dimensione fisica e metaforica che prevede un alto e un basso, un fuori e un dentro. Per questo FaustIn and out è stato definito dalla stessa autrice “dramma secondario”, ovvero una specie di commentario teatrale all’opera di Goethe.
FaustIn and out è un’impresa. Folle.
Come è folle cercare di leggere l’Occidente nel suo conflitto uomo/donna, nel partire dalla centralità del progetto maschile di cercare la felicità “l’assunto faustiano” per poi applicarlo a un fatto di cronaca estremo dove le logiche capitalistiche, l’essere e il nulla di Heidegger e la Bibbia precipitano in soccorso per una giustificazione che di fatto non c’è.
Non c’è nella religione, non c’è nella filosofia e non c’è nell’economia. Non c’è nell’idea di comunità dell’Occidente.
Tutto questo e’ ancora più arduo se si prova a scardinare le convenzioni teatrali. Allora FaustIn, significa faust, ma significa anche faust dentro e in effetti noi siamo dentro al Faust.
Faust è allo stesso tempo anche dentro la protagonista, quindi chi ha faust dentro? Margherita.
E gli attori sono dentro questi personaggi.
La tragedia di Margherita del Faust diviene pertanto il punto di partenza. C’è qualcosa dell’avanspettacolo nel testo della Jelinek che fa di Faust il palcoscenico di un cabaret. La vittima qui è il protagonista, come di là lo era il carnefice. Ma poi, chi è davvero la vittima? E chi il carnefice? Faustin and out, inedito in Italia, è stato appositamente tradotto da Elisa Balboni e Marcello Soffritti, direttore del Dipartimento di interpretazione e traduzione dell’Università di Bologna. La produzione è nata all’interno del Festival Focus Jelinek la cui direzione artistica è di Elena Di Gioia. Fabrizio Arcuri, uno dei registi più interessanti e attenti alla drammaturgia contemporanea, ne curerà la messa in scena. Angela Malfitano e Francesca Mazza proseguono l’approfondimento sulla scrittura della Jelinek e sul mito di Faust iniziato con gli spettacoli La regina degli Elfi e Histoire d’F. Attori e tecnici costruiranno e decostruiranno la scena così come la Jelinek costruisce e decostruisce il testo; affronteranno l’improbabile cabaret da lei proposto cercando di stare sopra e sotto, dentro e fuori l’opera. La produzione è nata all’interno del vasto progetto Festival Focus Jelinek con l’ideazione e la direzione artistica di Elena Di Gioia e vede la collaborazione tra Accademia degli Artefatti e Tra un atto e l’altro intorno al nodo che lega Goethe e la Jelinek, oltre che le loro volontà culturali e teatrali.
Da FaustIn & out (2011) di E. Jelinek:
“Ha fatto tutto lui qui sotto, ha minato la porta e ci ha attaccato i tubi del gas, per poterci gas-tigare tutti in caso di fuga, così ha detto, ha ammesso, l’ha ammesso, ma non era vero: non c’era alcun gas, non aveva fatto cattivo viso a buon gioco, non c’era nessuna mina che potesse saltare in aria, l’unico che può saltare di sopra è lui, noi restiamo sotto, noi purtroppo dobbiamo rimanere sotto, era pur sempre il mio amato papà, non c’era alcuna mina cattiva là sotto da noi.
L’aveva detto soltanto per incuterci paura della libertà. Come se non l’avessimo già! Eravamo la sua unica clientela, la clientela di papà, avrebbe potuto comportarsi meglio con noi, ma in ogni caso ci dava da mangiare, eravamo la sua famiglia. Eravamo la sua seconda famiglia. Certi non ne hanno neanche una e lui ne aveva due. La mia lingua ha persino trovato una parola, di solito non è capace di trovare abbastanza parole, ma una ora ce l’ha, la lingua è una delle poche cose che qui si possono muovere, c’è così poco spazio…”
ottobre 01, 2015
 

My personal tàranto

Short Theatre SABATO 5 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | FOYER 1
teatro/performance
nell’ambito di IYMA/International Young Makers in Action
my personal tàranto
di Isabella Mongelli
con Isabella Mongelli e Antonello Greco
tecnico Francesco Catacchio
luci Valentino Ligorio
sound design Alessandro Altavilla
attrezzeria Yesenia Trobbiani
produzione Isabella Mongelli, Teatro Menzatì in coproduzione con Area 06
con il sostegno di ExFadda, Manifatture Knos, Teatro TaTà
iyma.eu/artists/isabella-mongelli.it
www.isabellamongelli.it/my-personal-taranto
my personal tarànto è uno spettacolo su Taranto che non nomina mai la città né l’Ilva ma fa volare cozze.
In scena una donna/ragazza e un uomo/ragazzo, non hanno nomi, l’ambientazione è distopica, i colori intermedi, tanto fumo. La città è vissuta dal punto di vista di una persona anagraficamente appartenente alla città ma che se ne distanzia, la guarda da fuori, la vive come un turista o uno straniero con carta di identità a breve scadenza. Con quell’accento è un posto esotico, un tristissimo tropico da studiare e vivere tra se e sé. E tarànto non fa più riferimento al luogo reale ma è una nuova parola che vuol dire: vita in luoghi tossici.
Il punto di vista è mobile e incarna spostamenti tra interno, esterno, scivolamento sia volontario che involontario, uscita auto-forzata, visione e distorsione. La città è presa in considerazione come una qualsiasi città in cui la vita va avanti saltando tra veleni e un desiderio costante di evasione ne rende più vivida la permanenza. Lo spettacolo ha un’aria mentale antecedente ai fatti dell’autunno 2012, quando la città era un posto abbandonato da dio/media/moda/politica. Non c’era nessuno e c’era molto spazio per l’immaginazione (ma anche ora nel 2015 è più o meno così). My personal tarànto vuol parlare di assetti umani particolarissimi. A Taranto si assiste ad un’estremizzazione molto agghiacciante e degna di attenzione: l’azione politico/economica non ha solo degli effetti sulla vita quotidiana delle persone ma entra proprio dentro le cellule delle persone, fino a modificarle.
Occorrerebbe essere ovunque prendere e schizzare via in un sacco di punti mettersi in una di quelle, come si chiamano???
E lanciarsi, andare a trovare tutti.
Lo spettacolo ha debuttato in Febbraio 2014 al Teatro TaTà di Taranto, nella stagione della rete ‘Teatri Abitati’ e porta in Teatro un percorso di indagine che ha prodotto Visions in tarànto e Lido Azzurro, performance che rimanda ad una spiaggia tossica frequentata da due bagnanti temerari e passibili di continua commozione, la performance è stata invitata da Michele Di Stefano per la rassegna ‘Tropici’ . E’ in preparazione Industrial Grand Tour : un tour in Bus GT nell’area industriale tarantina, con una guida al microfono, delle brevi soste, dei souvenirs e un aperitivo di arrivederci.
ottobre 01, 2015
 

Confessione

Short Theatre DOMENICA 6 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | FOYER 1
teatro
Nell’ambito di Fabulamundi. Playwriting Europe
Confessione
(Confessione di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo della crisi)
di Davide Carnevali
con Michele di Mauro
suoni G.U.P. Alcaro
con il sostegno di PIIGS – Festival de Dramatúrgia sobre la crisi, Barcelona 2014
Outis Tramedautore, Milano 2014
Lo spettacolo Confessione di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo della crisi è interpretato da Michele Di Mauro. Confessione è un testo del 2012, che nasce in un contesto geograficamente lontano, ma in qualche modo socialmente prossimo a quello italiano. Nel periodo in cui vivevo a Buenos Aires, abitavo vicino al Congreso, il parlamento argentino, a pochi minuti a piedi dalla Casa Rosada -sede presidenziale- e dal neonato Museo del Bicentenario, che ripercorre la storia politica del paese dalla sua nascita ad oggi. La politica argentina è senza dubbio un argomento affascinante, così come affascinante è il suo più grande mistero: il Peronismo. Un’etichetta che unifica -ma solo nominalmente- politiche anche opposte, come quella che si fa in Argentina oggi e quella che si faceva negli anni Novanta; quella dei Kirchner e quella di Carlos Menem, il presidente che dal 1989 al 1999 ha plasmato l’immagine dell’Argentina pre-crisi. Un paese allora ricco, neoliberale, cool, che aspirava al modello etico ed estetico incarnato dal suo presidente. Un presidente che, senza che (quasi) nessuno se ne rendesse conto, portò il paese sull’orlo del baratro, e lo lasciò cadere. Un episodio della storia argentina che può insegnare molto all’Europa di oggi.
In Confessione un ex presidente parla al suo popolo dicendo tutto quello che non ha voluto, potuto, o saputo dire durante il suo mandato. L’ex presidente si rivolge al pubblico come se si stesse rivolgendo alla corte di un tribunale popolare che lo deve giudicare. Lo spettatore si sentirà quindi letteralmente chiamato in causa, invitato a svolgere il compito che ogni evento teatrale implicitamente o esplicitamente gli richiede: l’esercizio dello spirito critico. In questo senso il teatro torna a essere politico: teatro per la polis, la comunità. Confessione è un’opera sul linguaggio.
Sulla facilità nel confondere il linguaggio come strumento descrittivo e il linguaggio come strumento creativo.
Sull’uso del linguaggio, e soprattutto sull’uso che il potere fa del linguaggio, nel creare un’immagine della realtà che sottilmente si impone sulle altre, e diviene immagine egemonica, e divenendo egemonica giustifica il proprio uso (o meglio: l’uso improprio) del linguaggio.
Parassita della retorica politica (e dunque, in qualche modo, alla retorica teatrale), il discorso fluisce qui limpido, semplice, a partire dalla ricerca della parola che dica finalmente le cose come stanno, senza confondere.
Ma è davvero possibile esprimere la reale realtà delle cose attraverso le parole? O non è forse il linguaggio stesso già la costruzione di una finzione, che inevitabilmente allontana dall’esperienza reale, nel momento stesso in cui pretende di comunicarla, analizzarla, fare luce su di essa?
Quella dell’ex presidente è davvero di una confessione?
O non sarà invece, piuttosto, un’altra storia inventata?
ottobre 01, 2015
 

WAR NOW!

Short Theatre 8 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | TEATRO 1
teatro
WAR NOW!
concept e regia Valters Sīlis, Teatro Sotterraneo
in scena Matteo Angius, Sara Bonaventura, Claudio Cirriscrittura, Valters Sīlis, Daniele Villa
set design Ieva Kauliņa
luci Marco Santambrogio
consulenza marketing per la Terza Guerra Mondiale Mali Weil, Virginia Sommadossi
si ringrazia Francesco Canavese, Tempo Reale per le registrazioni audio
produzione Associazione Teatrale Pistoiese
collaborazione alla produzione Santarcangelo •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza, Teatro Sotterraneo
da una proposta di Santarcangelo •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza
sostegno alla produzione Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Toscana
in collaborazione con Centrale Fies, Provincia Autonoma di Trento
residenze artistiche Associazione Teatrale Pistoiese, Santarcangelo •12 •13 •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza, Centrale Fies, Dirty Deal (Riga – LV)
Teatro Sotterraneo fa parte di Fies Factory ed è residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese
produzione e amministrazione Monica Papperetti
segretaria di produzione Sara Bruni
con la collaborazione di Marianna Caruso
ufficio stampa Francesca Marchiani

www.teatrosotterraneo.it
www.centralefies.it

All’interno del progetto internazionale SharedSpace, Valters Sīlis (LV) e Teatro Sotterraneo (I) s’incontrano per realizzare insieme uno spettacolo, sollecitati dal centenario dello scoppio della Grande Guerra. Se nel 1914 nasceva il concetto moderno di propaganda su scala globale, nel 2014 la guerra psicologica è parte integrante di ogni strategia militare: ogni bomba è accompagnata dalla nostra capacità di ruotare il punto di vista sui conflitti, producendo vocabolari nuovi, narrazioni coinvolgenti e porzioni d’immaginario sempre più efficaci nel condizionare l’opinione pubblica all’accettazione del massacro reciproco. Da questo punto di partenza, WAR NOW! cerca di proiettare in avanti il senso del centenario allestendo un gioco che racconti la Terza Guerra Mondiale attraverso determinati meccanismi manipolatori, fra infowar e disinformacjia fino ai limiti del warporn, dove il divertimento anestetizza l’orrore. WAR NOW! mette in scena un’esperienza paradossale in cui attori/storytellers e spettatori/players si ritrovano dentro un ipotetico terzo conflitto, nel tentativo di interrogare le possibilità dell’entertainment bellico come ultima frontiera della persuasione. Wanna play the game?
ottobre 01, 2015
 

Becoming

Short Theatre 6 SETTEMBRE 2015 Roma LA PELANDA | FOYER 2
danza
Nell’ambito del progetto IYMA – International Young Makers in Action | PRIMA NAZIONALE
Becoming
idea e coreografia Youness Khoukhou
danzatori Youness Khoukhou, Radouan Mriziga, Zoltán Vakulya
suono e luci Benoit Pelé
coproduzione Charleroi Danses, Centre Chorégraphique de la Fédération Wallonie-Bruxelles, Les Brigittines, Moussem, Centre nomade des arts
con il supporto di Fonds Prince Philippe de La Fondation Roi Baudouin, Summer Studios Rosas
www.iyma.it.eu/artists/youness-khoukhou-ma-be
Misurare lo spazio, non solo disegnando traiettorie, ma anche cambiando il ritmo di una camminata, la frequenza di un salto: con questa semplice eppure decisiva, missione nasce la performance, che avanza poi per mimetismo gestuale, lasciando rielaborare a ognuno dei tre interpreti l’azione coreografica. La specificità emerge nel confronto.
Elementi differenti compongono il nostro movimento quotidiano. Quando siamo in un ambiente urbano siamo parte di specifiche messe in scena, secondo tempi dati ma che allo stesso tempo componiamo e influenziamo. La strada è uno spazio pubblico che si presenta come la geometria composta di percorsi fisici e di percorsi astratti. Quando elementi individuali o collettivi si inseriscono in questa geometria, all’improvviso/di colpo una nuova struttura già scritta si mostra. A questo punto possono incidere sulle costruzioni individuali? In che modo i nostri piccoli spazi possono esistere in questa mappa strutturata e come l’individuale può influenzare il collettivo? (Youness Khoukhou)
ottobre 01, 2015
 

Miracoli

Teatro Tordinona Sabato 19 settembre ore 21.00 Domenica 20 settembre ore 18.00
Miracoli
 Le vicende e le traiettorie esistenziali di “Miracoli” nascono dalla umana, e pur tuttavia assurda, idea che possa essere qualcuno, o qualcosa, a sgravarci dai fardelli della quotidianità e dai fantasmi che coltiviamo nell’animo.
Salvo poi scoprire che il mondo a cui quell’idea ci introduce è un concentrato di inimmaginabile sofferenza e di continue, sanguinose, cadute. E di ricadute, per usare un termine clinico così drammaticamente comune a tante storie di dipendenza.

“Miracoli!” è il prodotto di un intenso laboratorio a cui hanno partecipato, sotto la supervisione degli ideatori del progetto denominato “Fuori dal Giro”, i giovani ospiti della Comunità di recupero per tossicodipendenti AIVA di Nettuno (Roma).
Ciò che vi si rappresenta è, pertanto, ispirato alle narrazioni autobiografiche emerse in seno al Laboratorio e che hanno poi costituito il motore degli esercizi teatrali veri e propri.
Si tratta di storie che decisamente inducono a ripensare al concetto della “realtà che supera la finzione”. In cui i ricordi portano a infanzie di stenti e paure, a rapporti regolati solo dall’opportunismo o dalla disperazione, a luoghi angusti dove ci si sente soli, poveri, reietti. In cui l’abuso di sostanze e la dipendenza – intesa come perdita della capacità di scegliere e di desiderare – sono alla base di eventi eccezionali e memorabili (ergo, straordinariamente teatrali), ma che chiunque, se potesse, farebbe a meno di vivere.
Ciascuno le ha raccontate – e ascoltate - ridendo e piangendo, emozionandosi e certe volte provando a “scappare”, perché magari dilaniati dal dolore che si sprigiona quando si va a toccare certe cicatrici, o più banalmente perché le cose intime è complicato condividerle, e le si regala agli altri solo a prezzo di pudore e imbarazzi. Ma poi quelle vicende sono diventate patrimonio di un gruppo, che ha voluto (divertendosi!) romanzarle e adattarle al linguaggio teatrale. Che le ha portate, diremmo “alle estreme conseguenze” spettacolari, rendendo quindi certi contenuti finalmente filtrabili/trattabili attraverso i più vari registri: il grottesco, il tragico, il comico. Per poi, alla fine, ripescare nella memoria, come naturale contrappunto al dolore, anche fugaci momenti di gioia, concreti segnali di speranza, importanti progetti di rinascita.
È in questo senso che crediamo che il teatro possa ritenersi davvero terapeutico. Non perché guarisca malattie o azzeri debolezze e limiti. Non perché ci metta al sicuro da nuove rovinose cadute. Ma perché quelle cadute può insegnarci a guardarle negli occhi e a non viverle come inesorabili fallimenti, bensì come la parte di un tutto, la vita, che improvvisamente può stupirci con la bellezza e la poesia, a patto che si sia abbastanza lucidi da non lasciarsele scappare.
settembre 24, 2015
 

SCOTCH im-BALLATI vivi

SCOTCH im-BALLATI vivi
Spettacolo multidisciplinare ideato da Marina Michetti
Coreografia: Froz e Bandits crew
Regia: Alessio Tagliento e Walter Leonardi
settembre 17, 2015
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Abator

TEATROMANIA emersioni sceniche, Accademia di Romania,
Villa Borghese, Roma 28 giugno 2015
ABATOR
(Mattatoio) – prima italiana
di Marco Di Stefano, regia Mădălina Țurcanu, con Olimpia Mălai e Liliana Tofan, produzione Dot Spot Media, Bucarest – In romeno con sopratitoli in italiano Abator è un’investigazione dei tempi in cui viviamo, dei valori morali e dei limiti della dignità umana di questo nostro presente. Il tema proposto dalla pièce parte da una realtà inquietante. Spinti dalla povertà, sempre più europei offrono in vendita parti del proprio corpo, uno o anche più organi: un rene, un pezzo di fegato, la cornea, il midollo. Nella visione del drammaturgo Marco di Stefano, questo fatto è una forma di prostituzione estrema. Abator non è un manifesto anticapitalista bensì un’interrogazione sul corpo umano spogliato da qualsiasi sacralità, un’indagine sui bisogni, materiali o non, che portano a scelte estreme. Il ritmo svelto, quasi cinematografico dello spettacolo cattura l’attenzione del pubblico di ogni età: in fondo, è una fetta di vita della storia di due donne.
settembre 16, 2015
 

Ultimul Lepros

TEATROMANIA emersioni sceniche, Accademia di Romania,
Villa Borghese, Roma 28 giugno 2015
ULTIMUL LEPROS
(L’ultimo lebbroso) – prima italiana
da un’idea di Vlad Zografi, con Vlad Chico, drammaturgia e regia Radu Botar, scenografia Adrian Ganea, musiche Blue Sound, produzione Teatrul de Nord Satu MareIl futuro suona bene! O no?… Non è un manifesto politico o uno slogan pubblicitario per l’ultima offerta promozionale televisiva. Nel futuro non ci saranno più malattie, la speranza di vita raggiungerà 115 anni, e tutte le persone per strada saranno sorridenti … fintantoché ci saranno sufficienti quantità di Prozac per tutti. E noi, chi siamo e dove andiamo? Stiamo progredendo o ci dirigiamo verso l’auto sterminio? Se la seconda possibilità è quella corretta, possiamo fare ancora qualcosa per questo treno che sta correndo alla velocità massima? Cos’è la “società”? Una forma di organizzazione necessaria dell’umanità, o un organismo che respinge ogni individuo incapace di adattarsi ai suoi rigori. Sono solo alcune delle domande alle quali questo spettacolo-manifesto cerca di fornire una risposta.
settembre 16, 2015
 

Giuseppe Picone e i grandi della danza

Villa Doria Pamphilj 31 luglio 2015
GALA INTERNAZIONALE “GIUSEPPE PICONE E I GRANDI DELLA DANZA ”
In questo momento storico ci appare particolarmente fragile la situazione della DANZA CLASSICA che sempre meno viene rappresentata e che, a nostro avviso, ha bisogno di essere tutelata per non sparire definitivamente dai palcoscenici italiani. Nel cartellone 2015 la danza classica viene rappresentata dal Gala “Giuseppe Picone e i grandi della danza”. Nel programma, ideato dall’etoile partenopea, si alternano le più importanti coreografie del repertorio classico accanto a produzioni contemporanee. Interpreti ne sono i migliori danzatori dello scenario internazionale con i quali Picone si è confrontato durante la sua carriera, provenienti dai più importanti teatri e compagnie internazionali: LIUDMILLA KONOVALOVA (Opera di Vienna), NICOLAI GORODISKII (Teatro Colon di Buenos Aires)
ANA SOPHIA SCHELLER (New York City Ballet), SARA RENDA (Balletto di Bordeaux)
KATERYNA KUKHAR e ALEXANDER STOYANOV (Teatro dell’Opera di Kiev), AVETIK KARAPETYAN (Balletto di Toulouse).
PROGRAMMA
Grand Pas de Deux da “La Bayadere”
Pas de Deux da “ La bella addormentata nel bosco”
Pas de Deux da “ Le Corsaire”
Pas de Deux da “Don Chisciotte”
Duetto “Carmen”
Solo “Le Bourgeois”
Duetto “Temporary Conflict”
Solo “Mozart Piano”
“Bolero”
“Defile finale”
settembre 15, 2015
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